| Borgo di Muggiano | ||
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I
Racconti di Renato Delpero |
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| Il cacciatore |
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La storia ormai leggendaria dello ‘Spirito del Campèe’ prosegue poi con questo racconto... ‘Questa volta ci siamo... e lo scopriamo!’ Viene subito questo pensiero non appena si finisce di leggere questa testimonianza di Renato Delpero che definire magistrale è poco. Un’altra persona ha avuto un incontro con il magico Spirito e lo ha raccontato solo al nostro Renato Delpero... la coincidenza è certo strana ma il risultato d’effetto! Provate a leggere. |
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E’ da un po’ che volevo scrivere questo pezzo, ma non riuscivo a trovare il momento giusto, anche perché l’argomento tratta di un fatto per me molto importante e significativo. Una storia vera che mi è stata raccontata dallo stesso protagonista che l’ha vissuta in prima persona, molto ma molto tempo fa. Io non potevo che essere entusiasta, man mano che ascoltavo quel racconto e – se avete la pazienza e la costanza di continuare a leggermi – un poco più avanti capirete perché.
“Una doppietta inutile ed ingombrante.”
Era il cinquantuno. Io sono un cacciatore, praticamente dalla nascita. Quel
giorno di fine agosto mi ero appostato dentro al Villoresi (il canale artificiale
che irriga i terreni di Muggiano n.d.r.), che in quel periodo era asciutto
perché quei campi coltivati a frumento avevano più che altro
bisogno di sole e non di acqua per maturare. Mi ricordo bene anche il luogo
preciso della mia postazione di caccia (adesso è stata quasi del tutto
cancellata dalla parte nuova del paese) che era esattamente dove ora c’è
la rotonda di via Moltoni. Vicino alla sorgente del Rile, per intenderci meglio.
Acquattato dentro al canale Villoresi, in modo da nascondermi il più
possibile al passaggio delle specie volatili a cui poter sparare, sono rimasto
in tranquilla ma attenta e vigile attesa. Sono momenti di beata solitudine
quelli, ma sono anche occasioni in cui si ha tempo e modo anche di pensare
e riflettere parecchio. Ed il pensiero sembra quasi scindersi dall’attenzione
visiva che deve essere molto vigile come ho già detto, altrimenti le
prede ti passano sotto il naso e non te ne accorgi nemmeno. La giornata era
splendida e tutto stava andando per il verso giusto. Però, circa un’ora
dopo, non avevo sparato nemmeno un colpo con la mia “doppietta”. Pazienza.
Quando i miei sensi si sono “accesi” del tutto, registrando nell’aria uno
stranissimo e totale silenzio, oramai era tardi. Una scura figura che proveniva
dalla cascina Assiano (almeno quella era la direzione, più o meno dove
tramonta il sole) si stava avvicinando sempre di più. Un’animale, ho
pensato in un primo momento mentre le mani avevano già imbracciato
il fucile. Invece no, non era una bestia. Più si avvicinava e più
la mia curiosità aumentava di pari passo, con un certo imbarazzo misto
a timore. Sì, ecco, non era paura la mia ma un senso di disagio che
mi aveva preso e non aveva nessuna intenzione di andarsene. E i motivi c’erano,
eccome. Era una figura umana, credo. Ma soltanto per come vestiva. Per la
giacca ed i pantaloni di fustagno, come quelli che usavano i contadini nell’ottocento,
ed un cappellaccio che adesso mi ricorda molto quello del Campée dei
tuoi racconti pubblicati sul “Il Rile”. Il resto no. Quello che rimaneva non
mi poteva dare nessuna certezza, perché non c’era nient’altro. Non
aveva un viso (tra il basso girocollo della camicia ed il cappello c’era un
vuoto) e non camminava come un essere umano. No, no. Come posso dire… Era
come se lui, pur rimanendo in posizione eretta, strisciasse a pelo delle spighe
di frumento senza toccare terra e senza lasciare traccia alcuna. Solo loro
si muovevano, le spighe, come frustate da un leggero vento che però
non c’era. Mi è passato davanti senza scomporsi minimamente, a pochi
metri di distanza, ed è andato a fermarsi dove c’era l’incrocio dei
canali d’irrigazione, voltandosi verso di me. Sembrava osservarmi, anche se
non potevo esserne certo. Avevo, in compenso, la sensazione che la presenza
di quell’essere fosse soprattutto fisica oltre che spirituale, anche se di
materialmente visibile altro non c’era che pochi stracci. Mi sembrava di sentire
il suo respiro.
“Non è possibile che sia davvero un fantasma…”
Sono stati momenti di vera tensione. Mi davo pizzicotti e sberle sulle guance
per misurare il mio stato di lucidità, con il solo risultato del dolore
acuto che mi procuravo da solo. In pochi secondi il mio cervello diventò
saturo di pensieri e di idee. Alla fine, quando avevo deciso di fare il primo
passo, rimasi come bloccato. Non sapevo se fosse una mossa giusta quella di
andare da lui. Ero troppo combattuto da una parte e dall’altra. - E se è
davvero un fantasma o uno spirito poi cosa faccio? - mi domandavo a bassa
voce. Intanto che guardavo lui, i miei occhi facevano una panoramica completa.
Niente e nessuno. Non c’era anima viva. Nemmeno un passero volare. Tutto tranquillo.
Tutto silenzioso. Non so bene dove ho trovato la forza per decidere di uscire
da quella postazione che era diventata quasi una trappola. Sembrava che la
sua presenza mi avesse paralizzato. Sudavo freddo e davo la colpa al giaccone
da caccia senza maniche con il carniere ma, sapevo bene, che non era quella
la causa. Rasentando le robinie della costa del fontanile Rile ho incominciato
a fare i primi passi. Tutto era diventato pesante, compresi il fucile ed i
corti stivaletti che mettevo quando era bel tempo. Andavo in direzione della
mia casa tenendolo d’occhio continuamente, come lui faceva con me girando
le spalle ed il largo cappello, man mano che avanzavo. Nel punto più
vicino – a circa una decina di metri – mi sono fermato per un tempo indefinibile
ad osservarlo bene, senza trovare la forza nemmeno di muovere un dito. Sicuramente,
però, non sono passati che pochi attimi. Attimi interminabili e carichi
di tensione, carichi di domande che non uscivano, in quel frangente, carichi
anche di paura. Camminando a ritroso, per poterlo tenere sotto controllo,
ho percorso – a passo spedito e rischiando più volte di cadere – il
tratto di campagna che mi separava dalla mia abitazione. Entrare, appendere
alla bell’é meglio la doppietta e correre sul balcone, al piano di
sopra di casa mia, è stato un attimo. Lui era ancora là. In
linea d’aria erano poco più di cento o centocinquanta metri al massimo.
Lo vedevo benissimo. E lui vedeva me. Fino a quando sopraggiunse il tramonto
e se ne andò.
Che stupido, mi sono ripetuto più volte. Che stupido che sono stato
a non approfittarne. Potevo parlargli. Potevo chiedergli chi era e cosa voleva.
Potevo domandargli perché proprio a me. Magari si era mostrato perché
aveva bisogno d’aiuto. Oppure voleva che aiutassi qualcun altro che gli stava
a cuore. Potevo…, potevo…, ma non sono riuscito a fare niente… Che peccato!
Il giorno dopo di buon mattino sono tornato in quel luogo, pieno di speranze
e di voglia di riscattarmi. Ma inutilmente. L’apparizione del giorno prima
è stata, purtroppo la sola ed unica volta. Non l’ho mai più
rivisto.
“Si fa in fretta a dire ‘spirito’…”
Ecco, questo è il racconto del cacciatore protagonista. Vi assicuro
che io non mi sono inventato niente, credetemi. Ma proprio niente. Ci ho messo
lo zampino solo per descrivere l’accaduto con le parole giuste. Ve lo posso
anche giurare, se volete. Quello che non vi posso svelare è il nome
del protagonista. O, almeno, non lo farò sicuramente io. Anche se lui
(il cacciatore intendo) non mi ha espressamente proibito di farlo. So, per
esperienza, quanto sia difficile svelare o raccontare al pubblico certi accadimenti.
Personalmente quello che più mi ha fatto piacere, nel sentire questo
racconto, è stato scoprire finalmente di non essere il solo a vedere
e a dialogare con “entità” di questo tipo. Il mio Campée non
è proprio come il protagonista di questo avvenimento, ma può
sicuramente starci in questa dimensione particolare. Oserei dire spiritica.
Ci saranno molti lettori di questo giornale che si metteranno a ridere. E
faranno più che bene perché “il riso fa sempre buon sangue”.
Io ne sono contento e, anzi, sono il primo a farmi una bella risata. Però
sono anche convinto – e lo dico seriamente, come ho sempre fatto del resto
– che nella nostra Muggiano ce ne sono altri di “visionari” come me e come
il cacciatore. Hanno soltanto bisogno di un incoraggiamento per uscire allo
scoperto. L’unico consiglio che gli posso dare è quello di far presto
a proporsi ed a raccontare le loro esperienze, perché altrimenti i
bellissimi “posti” (come questo del cacciatore o come quello del mio “ramo
di sambuco spezzato”) saranno irrimediabilmente scomparsi o rischieranno di
scomparire, prima ancora di diventare angoli incantevoli. Luoghi da favola.
Un dono della natura divina a portata di mano per quegli abitanti nuovi o
momentaneamente distratti da un sistema di vita che con Muggiano non ha mai
avuto niente da spartire. Lo so che sto correndo dei rischi. Oramai ci sono
abituato. Ma la salvaguardia e soprattutto la ricerca di quell’anello di congiunzione
– che molte volte manca – tra il passato ed il presente del nostro amato borgo,
sono stati, da sempre, il mio più desiderato obiettivo. Non vorrete
mica che abbandoni proprio adesso che sono un poco maturato, no. Non ci penso
nemmeno. Ma neanche se “Il Rile” dovesse chiudere il mese prossimo per gravi
difficoltà economiche. Io continuerei. Non so come, ma continuerei
lo stesso.