Borgo di Muggiano
I Racconti di Renato Delpero

Onora il padre e la madre

Questa è una delle poesie, con un breve commento dello stesso Renato Delpero, più significative del libro ‘Storie di Poesie’ pubblicato. Un componimento di intesa emozione per lo stesso autore.

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Domenico D.

Mi manchi ancora
padre mio
più dell’acqua
che mi spegne la sete
più del pane
che mi quieta la fame
più dell’aria
che mi gonfia i polmoni.
Soltanto tua moglie
adesso
mi manca un po’ di più.


R.B. Delpero
(Marzo 1991)

 

 

Commento dell'autore

Questo è forse 1'unico dei dieci comandamenti che non ho mai dimenticato. E non è solo un problema di memoria. No. Sta proprio tutto in quelle due semplici e stupende parole: il
"padre" e la "madre". L'ho sempre cercato mio padre con tutte le mie forze racchiuse nell'innato desiderio di conoscerlo, di amarlo e di onorarlo. Fino alla disperazione ho lottato per questo e non mi sono mai arreso nemmeno adesso che sono anch'io padre e da parecchio oramai. Quante volte mi è sembrato di vederlo e di essere ad un passo dal poterlo toccare ed accorgermi poi che era soltanto qualcuno che gli assomigliava. Peggio ancora quando mi rendevo conto che era soltanto un sogno, un bellissimo sogno durato appena una notte. Persino, ancora oggi, quando sono sveglio riesco ancora ad immaginarmelo. ”Poer Menech!” Che tradotto dal dialetto bresciano significa “povero Domenico”. E’ questa una delle poche parole che sentivo da piccolo. Poca roba. Non so dire se per rispetto nei confronti di mia madre o per altri motivi ma non ne parlava mai nessuno. E le domande spontanee che un bambino, com'ero io, poteva avere sulla punta della lingua, lì rimanevano. Curiosità mai soddisfatte ed allo stesso tempo silenzi frequenti che forgiavano il mio carattere rendendolo sempre più introverso e chiuso. Non voglio cercare colpe che non esistono. Era già una mentalità e una logica contadina quella in cui vivevo: dove ai bambini non era certamente permesso di aprire bocca se non interrogati. Figuriamoci in una famiglia come la mia dove veniva a mancare la figura patema. L 'unica autorità che poteva decidere, nel bene e nel male, quello che si doveva fare, la strada migliore da prendere anche se quasi sempre ce n'era una sola e su quella si doveva camminare. L'unico e solo soggetto che, a seconda della sua intelligenza e del suo cuore, riuscisse a far convivere all'interno delle mura domestiche le abitudini legate a regole millenarie e l'inevitabile rinnovamento che avanzava oramai a grandi passi. Quel rinnovarsi che poteva anche voler dire solamente dare la parola anche ad un ragazzino perché esprimesse le sue ragioni e il suo pensiero per confrontarlo con quello dei grandi. Ne sono dovuti passare di anni per poter arrivare a questo in casa mia. C'era sempre lo zio di turno purtroppo che, nonostante il gran bene che ho voluto a quasi tutti gli zii, dettava in qualche modo "legge". Non era certo per mancanza di intelligenza, anzi a volte ne avevano da vendere. Ma non potevano certamente sostituire la figura di mio padre. Non è tutto vero quello che ho scritto poc'anzi perché se da una parte era la figura dell'uomo l'autorità costituita, dall'altra il peso della donna era determinante. La "madre", se voleva, sapeva far pendere l'ago della bilancia a favore o meno di una soluzione piuttosto che un'altra. Una madre, una vera madre, era in grado di correggere o addirittura far cambiare opinione al proprio uomo quando lo riteneva necessario. Mai davanti ai figli. Guai! Erano cose che succedevano di nascosto, quasi sempre nei momenti di intimità. Lontano da occhi ed orecchie indiscreti per non sminuire l'importanza del capo famiglia. Un metodo questo che è validissimo ancora oggi per evitare di complicarsi una vita coniugale già di per se stessa fin troppo difficile. E mia madre, la Francesca, era anche lei così. Una donna per certi aspetti sicuramente forte. Non soltanto per avere messo al mondo sei figli, anche se lei ne avrebbe fatto volentieri a meno, o perché avesse lavorato nei campi fino al giorno del parto, ma per aver perso il suo uomo nel periodo di maggior bisogno. Una donna coraggiosa, forse fin troppo. Ma ce ne voleva parecchio di coraggio nelle sue condizioni per superare una prova così grande perché l'unica alternativa era impazzire di dolore.
Poco più di un anno era passato dalla morte di Francesca, era il marzo del novantuno. Non avevo mai smesso di pensare a mio padre Domenico e mi ritrovavo pieno di tristezza per aver perso anche lei. Ero combattuto tra il dolore di quella nuova solitudine ed il conforto inconscio che derivava dalla nuova realtà. Il sapere che finalmente dopo tanto tempo si erano ritrovati in quella vita che non possiamo vedere, ma che c'è ed è sicuramente migliore di questa, compensava la perdita del mio punto di riferimento. È stato in quell'attimo che dentro il cuore è nata quella che, a giudizio di quei pochi che hanno avuto la fortuna di leggerla, è forse la mia più bella poesia. Ogni tanto anch'io vado a ripassarmela perché mi piace tanto, perché ci sono affezionato ed anche perché mi rendo conto che solo dal profondo del cuore di un figlio che ha voluto un bene profondo ai suoi vecchi potevano scaturire quelle semplici e intime frasi, lo ammetto.