| Borgo di Muggiano | |||
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I
Racconti di Renato Delpero |
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| Onora il padre e la madre |
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Questa è una delle poesie, con un breve commento dello stesso Renato Delpero, più significative del libro ‘Storie di Poesie’ pubblicato. Un componimento di intesa emozione per lo stesso autore. |
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Domenico D. Mi manchi ancora
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Commento dell'autore
Questo è forse 1'unico dei dieci comandamenti che
non ho mai dimenticato. E non è solo un problema di memoria. No. Sta
proprio tutto in quelle due semplici e stupende parole: il
"padre" e la "madre". L'ho sempre cercato mio padre con
tutte le mie forze racchiuse nell'innato desiderio di conoscerlo, di amarlo
e di onorarlo. Fino alla disperazione ho lottato per questo e non mi sono
mai arreso nemmeno adesso che sono anch'io padre e da parecchio oramai. Quante
volte mi è sembrato di vederlo e di essere ad un passo dal poterlo
toccare ed accorgermi poi che era soltanto qualcuno che gli assomigliava.
Peggio ancora quando mi rendevo conto che era soltanto un sogno, un bellissimo
sogno durato appena una notte. Persino, ancora oggi, quando sono sveglio riesco
ancora ad immaginarmelo. ”Poer Menech!” Che tradotto dal dialetto bresciano
significa “povero Domenico”. E’ questa una delle poche parole che sentivo
da piccolo. Poca roba. Non so dire se per rispetto nei confronti di mia madre
o per altri motivi ma non ne parlava mai nessuno. E le domande spontanee che
un bambino, com'ero io, poteva avere sulla punta della lingua, lì rimanevano.
Curiosità mai soddisfatte ed allo stesso tempo silenzi frequenti che
forgiavano il mio carattere rendendolo sempre più introverso e chiuso.
Non voglio cercare colpe che non esistono. Era già una mentalità
e una logica contadina quella in cui vivevo: dove ai bambini non era certamente
permesso di aprire bocca se non interrogati. Figuriamoci in una famiglia come
la mia dove veniva a mancare la figura patema. L 'unica autorità che
poteva decidere, nel bene e nel male, quello che si doveva fare, la strada
migliore da prendere anche se quasi sempre ce n'era una sola e su quella si
doveva camminare. L'unico e solo soggetto che, a seconda della sua intelligenza
e del suo cuore, riuscisse a far convivere all'interno delle mura domestiche
le abitudini legate a regole millenarie e l'inevitabile rinnovamento che avanzava
oramai a grandi passi. Quel rinnovarsi che poteva anche voler dire solamente
dare la parola anche ad un ragazzino perché esprimesse le sue ragioni
e il suo pensiero per confrontarlo con quello dei grandi. Ne sono dovuti passare
di anni per poter arrivare a questo in casa mia. C'era sempre lo zio di turno
purtroppo che, nonostante il gran bene che ho voluto a quasi tutti gli zii,
dettava in qualche modo "legge". Non era certo per mancanza di intelligenza,
anzi a volte ne avevano da vendere. Ma non potevano certamente sostituire
la figura di mio padre. Non è tutto vero quello che ho scritto poc'anzi
perché se da una parte era la figura dell'uomo l'autorità costituita,
dall'altra il peso della donna era determinante. La "madre", se
voleva, sapeva far pendere l'ago della bilancia a favore o meno di una soluzione
piuttosto che un'altra. Una madre, una vera madre, era in grado di correggere
o addirittura far cambiare opinione al proprio uomo quando lo riteneva necessario.
Mai davanti ai figli. Guai! Erano cose che succedevano di nascosto, quasi
sempre nei momenti di intimità. Lontano da occhi ed orecchie indiscreti
per non sminuire l'importanza del capo famiglia. Un metodo questo che è
validissimo ancora oggi per evitare di complicarsi una vita coniugale già
di per se stessa fin troppo difficile. E mia madre, la Francesca, era anche
lei così. Una donna per certi aspetti sicuramente forte. Non soltanto
per avere messo al mondo sei figli, anche se lei ne avrebbe fatto volentieri
a meno, o perché avesse lavorato nei campi fino al giorno del parto,
ma per aver perso il suo uomo nel periodo di maggior bisogno. Una donna coraggiosa,
forse fin troppo. Ma ce ne voleva parecchio di coraggio nelle sue condizioni
per superare una prova così grande perché l'unica alternativa
era impazzire di dolore.
Poco più di un anno era passato dalla morte di Francesca, era il marzo
del novantuno. Non avevo mai smesso di pensare a mio padre Domenico e mi ritrovavo
pieno di tristezza per aver perso anche lei. Ero combattuto tra il dolore
di quella nuova solitudine ed il conforto inconscio che derivava dalla nuova
realtà. Il sapere che finalmente dopo tanto tempo si erano ritrovati
in quella vita che non possiamo vedere, ma che c'è ed è sicuramente
migliore di questa, compensava la perdita del mio punto di riferimento. È
stato in quell'attimo che dentro il cuore è nata quella che, a giudizio
di quei pochi che hanno avuto la fortuna di leggerla, è forse la mia
più bella poesia. Ogni tanto anch'io vado a ripassarmela perché
mi piace tanto, perché ci sono affezionato ed anche perché mi
rendo conto che solo dal profondo del cuore di un figlio che ha voluto un
bene profondo ai suoi vecchi potevano scaturire quelle semplici e intime frasi,
lo ammetto.