| Borgo di Muggiano | ||
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I
Racconti di Renato Delpero |
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| Il testimone |
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‘Signor Capitano... ho preso un altro uccello al volo!’ Cosa c’è di più intrigante di sentire raccontare da un vero testimone oculare un fatto storico, pur tragico, realmente accaduto sessant’anni fa? Ma... torniamo un passo indietro: nel numero di febbraio avevamo pubblicato un articolo relativo alla lapide di Ventra Giuseppe ucciso sulla via Cusago nel 1944, qualche lettore lo ricorderà certamente, a distanza di poco tempo abbiamo scoperto che un nostro affezionato lettore, Eligio Restelli, classe 1930, fu testimone della vicenda. Qualcosa poteva trattenerci dall’organizzare un incontro? Uno dei nostri migliori inviati, Renato Delpero, si è così... messo in moto! |
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Aveva appena finito di leggere il numero
de "Il Rile" di febbraio l'Eligio Restelli, con quel misto di curiosità
e di passione che più volte ho riscontrato in molti dei nostri affezionati
lettori, che subito mi contatta telefonicamente per parlarmi di una coincidenza
molto particolare. "Ma tu non lo sai - mi dice - che io c'ero quel giorno
che hanno ucciso il Ventra sulla via Cusago?… Quello sbandato di cui parla
il giornalino?…".
Aspetta, aspetta un momento Eligio. Questa è una bella notizia, gli
rispondo. E' meglio incontrarsi una sera di queste per capire meglio. Sono
sicuro che può saltar fuori un bell'articolo da pubblicare. Faccio
venire anche il Marco Rossetti che ha scoperto e seguito quella vicenda fin
dall'inizio. Detto fatto. Due sere dopo siamo seduti intorno a un tavolo nella
sua casetta piccola ma accogliente. Era palese la sua voglia di raccontarci
il fatto, come pure era evidente la contentezza - anche della moglie Romana
che aveva già preparato un buon caffè - per la serata fuori
dall'ordinario in compagnia di due ospiti come noi.
“29 novembre 1944”
"Con la mia famiglia abitavamo nella Corte Grande, in quell'angolo lì dove poi c'è stata per tanti anni la famiglia Marconi con vicino la Maria cieca. Mio padre faceva il sarto e nei giorni di mercoledì, sabato e domenica faceva anche il barbiere. A quel tempo era ancora in uso praticare insieme quei due mestieri. Prima però volevo puntualizzare che non sono stati i nazisti a sparare a quel ragazzo ma i fascisti italiani della brigata "Aldo Resega" (che era di Corsico ed erano in divisa grigio - verde) e quelli della "Ettore Muti" (con la divisa tutta nera) perché proprio la mattina di quel brutto giorno è arrivato, lì in piazza dove erano riuniti i militari che stavano effettuando il rastrellamento, uno di loro un ragazzotto che avrà avuto diciott’anni, tutto esaltato gridando: "Signor Capitano…, signor Capitano… ho preso un altro uccello al volo!". Ho parlato di piazza perché dove ora c'è la zona pedonale (in mezzo alle tre Corti di Muggiano) prima era tutto aperto, senza mura di recinzione. Quelle sono state fatte dopo che il conte Negri - nei primi anni sessanta - ha venduto alcune proprietà. Ecco, quella era la "piazza". Mano a mano che la gente faceva "roccolo", quel giorno, si è capito anche che il Ventra cercava di nascondersi in una roggia sulla via Cusago (appena passato Assiano) dove è stato raggiunto dai fascisti che gli hanno sparato. Alla schiena, senza fargli troppe domande e senza nessuna pietà. A quanto pare non era nemmeno armato questo poveraccio. L'altro doveva essere il Rosetta che però hanno ammazzato in via Quinto Romano. Di questo però abbiamo saputo dopo".
“Rastrellamenti”
"Quel fatidico giorno mio padre stava tagliando la barba
al nonno del Robertino Strada quando viene dentro uno della "Resega"
a cercare i documenti a mio fratello Giovanni. Mio fratello aveva ventitré
anni ed era uno di quei cinque o sei di Muggiano "renitenti alla leva"
(tra loro c'era il Garavaglia Ambrogio, il Dante Bernasconi, morto giovane
perché quando sono andati a prenderlo gli è venuta l'itterizia,
e gli altri che adesso non ricordo più). In pratica, erano stati congedati
il nove settembre del '43 con l'armistizio e non ne volevano sapere di arruolarsi
nella Repubblica di Salò fondata da Mussolini. Il Giovanni, mio fratello,
era riuscito ad ottenere uno scritto di esenzione al servizio militare dal
fittabile di Assiano che si chiamava Agnelli. Quella carta però era
finta e non valeva niente. Si vede che quel fascista, quello che gli chiese
i documenti, non sapeva né leggere e nemmeno scrivere tanto che ha
accettato la carta - dietro compenso di un taglio di barba gratuito - e poi
se n'è andato. Abbiamo tirato un sospiro di sollievo ma di breve durata,
purtroppo, perché, dopo un poco, ne è arrivato un altro - questo
era della brigata "Muti" - tutto vestito di nero che, dopo aver
letto lo scritto, lo straccia dicendo a Giovanni di seguirlo perché
quel foglio non valeva proprio niente. Apriti cielo! Mia madre ha cominciato
a dare i numeri e a piangere. Mio padre è sbiancato… Poi, nonostante
avesse gli zoccoli ai piedi, s'è messo a correre attraverso i campi
in direzione di Assiano per cercare quel militare, quello che prima aveva
accettato la carta. Ma inutilmente perché, trovato, gli risponde che
lui non poteva farci niente. Anzi gli dice di stare attento a correre per
i campi perché era facile che gli sparassero".
La soglia di attenzione mia e di Marco a questo punto è palpabile.
Salvo alcune doverose precisazioni, dovute più che altro al fatto che
noi non eravamo neanche nati quando questi fatti accadevano, questa prima
mezz'ora - o poco più - è volata via. L'Eligio ha la memoria
buona ma dobbiamo stare molto attenti perché tende a dare per scontato
alcuni particolari aspetti che, almeno per noi, proprio scontati non sono.
C'è da dire però che il racconto si fa sempre più intrigante.
"San Vittore (Germania)"
Non c'è un errore di battitura in questo sottotitolo
o una "gaffe" e, se andate avanti a leggere, capirete da soli il
perché.
"Mio fratello Giovanni l'hanno portato, a piedi, a Baggio. Lì
c'era il centro di raccolta da dove poi, con i camion e i torpedoni, portavano
tutti quelli fatti prigionieri a San Vittore. Dopo averli schedati e interrogati
venivano trasferiti allo Scalo Farini, dove partivano i treni merci per la
Germania. Con la Cesarina, mia sorella che ha sedici anni più di me
(io sono del '30), siamo andati fuori dal carcere ma abbiamo solo potuto vederlo
il Giovanni. Avevamo dietro una valigetta di cartone con dentro alcuni vestiti
di ricambio e qualche cosa da mangiare che però ha rifiutato. Di corsa
poi abbiamo preso il tram che portava allo Scalo Farini. Lì lo abbiamo
visto caricare sul carro del treno merci proprio come se si trattasse di una
bestia, di un animale spinto dai soldati nazisti con il calcio dei fucili
senza troppi complimenti. "Raus, raus, raus", urlavano. Poco dopo
hanno sprangato le porte di quei carri ed il convoglio si è messo in
moto. Piangevamo noi (c'erano solo donne e bambini) e piangeva lui assieme
a tutti i suoi compagni di sventura, intanto che ci salutava dallo spioncino.
Ricordo che faceva molto freddo e nevicava… nevicava forte… Sembrava una scena
tratta da uno dei tanti film sulla guerra, quelli che adesso la gente (per
fortuna) è abituata a guardare con un certo distacco stando seduti
tranquilli sul divano di casa propria... Ma non era proprio così…".
"Il ritorno"
Il telefono che improvvisamente squilla, interrompendo il
racconto, è accolto quasi come una mano che ti risolleva mentre stai
per cadere. Eravamo assorti in un silenzio, quasi irreale, che si protraeva
soltanto da pochi attimi ma dal quale credo che né io né Marco
avremmo saputo come tirarci fuori. Ma la pausa dura poco e, mentre ‘ravana’
dentro una scatola da scarpe colma di fotografie, l'Eligio continua così
la sua testimonianza.
"Era già successo una volta che quelli della brigata "Resega”...
...erano venuti a cercare mio fratello. Di notte. Noi dormivamo tutti in una
stanza sola, allora non esistevano le camerette. Un fascista si è avvicinato
al suo letto col fucile puntato dicendogli che doveva andare con loro. Per
fortuna non hanno controllato bene perché il Giovanni aveva la rivoltella
nella tasca della giacca. Il caso vuole che uno di loro avesse recuperato,
non si sa come, un bel pezzo di stoffa mimetica. Il mio papà l'ha visto
e gli è venuta la brillante idea di convincerli a lasciar stare il
figlio in cambio della promessa di due paia di pantaloni che in poco tempo
ha confezionato con quella stoffa. Andò bene così. Questa volta
invece l'hanno portato vicino a Mathausen, in un campo di lavoro. C'è
rimasto per otto mesi, fino al giugno del '45. Con una cartolina sola, pensa.
La mia mamma... la diventava matta ogni volta che arrivava il postino e di
lui nessuna notizia. Finalmente, poi, è ritornato a casa sano e salvo…".
"Adesso fatemi voi qualche domanda perché io non so più
che cosa dire".
"Il rifugio"
Va bene, Eligio, raccontaci allora qualche particolare di
quando c'erano i bombardamenti e delle bombe che gli inglesi hanno sganciato
anche su Muggiano.
"All'inizio, quando è scoppiata la guerra, c'era solo qualche
aereo francese che veniva. Poi nell'ottobre del '42 sono arrivati i primi
quadrimotori alleati. Li guardavamo dalla ringhiera, erano enormi. Andavano
su Milano e poi tornavano indietro facendo un primo giro e poi un altro e
un altro ancora. Nel '43 ci sono stati quattro bombardamenti molto violenti
su Milano. Ogni volta che suonava l'allarme (la sirena era sul campanile della
chiesa di Baggio, ma era talmente forte che si sentiva bene fin qui) io, la
mia mamma e mia sorella scappavamo nel rifugio per andare alla ‘Loria’, mentre
mio padre non veniva mai con noi. Non lo so perché ma lui andava in
quello dietro la scuola. E' stato il bombardamento del 13 agosto che ha fatto
i maggiori disastri. Abbiamo sentito solo lo spostamento d'aria ma alla ‘Cà
Brusada’ è successo il finimondo: le bombe incendiarie sono cadute
proprio sulla casa mentre quella dirompente è caduta nel cortile ma
era talmente forte che ha fatto saltare tutto. C'è stato un morto e
qualche ferito tra cui il Mario Raimondi che era piccolo e la sua mamma che
ha perso un occhio. Il 16 agosto, sempre del '43, un altro bombardamento è
stato talmente massiccio che da qui si vedeva Milano tutta in fiamme. Il cielo
tutto rosso per gli incendi. Erano talmente tanti e grossi i bombardieri che
facevano paura solo a vederli. Qui non c'era la contraerea, c'era solo un
faro che di notte li illuminava vicino alla cascina Guascona. Forse è
per quello che hanno sganciato quelle tre bombe. In seguito, dal '44 al '45,
veniva solo il "Pippo", quell'aereo, probabilmente inglese, che
mitragliava di giorno".
Ma il rifugio com'era fatto? Gli chiede il Marco a questo punto.
"Ufff.. l’era nient! Una grossa buca scavata nel terreno con sopra dei
grossi rami pieni di foglie. Se cadeva sopra una bomba di sicuro non avrebbe
salvato nessuno. Era solo una copertura per proteggere dagli spostamenti d'aria
e riparava da eventuali detriti fatti volare dalle bombe che cadevano nelle
vicinanze. La buca aveva due entrate ed era talmente poco profonda che lì,
alla Loria, a differenza di altri rifugi, non c'era nemmeno l'acqua. Però
adesso vi faccio ridere un poco. Mi ricordo che una volta sono scappato nel
rifugio, ero sempre il primo perché ero giovane e correvo forte, e
in quel caso sono trascorsi più di quaranta minuti prima che passassero
gli aerei. Fatto sta che ad un certo punto ho cominciato a sentire un gran
freddo ma un gran freddo… Non ero mica uscito di casa con addosso soltanto
la giacchetta e senza i pantaloni! Pensare che se stavamo a casa nostra, ogni
volta che suonava l'allarme, non sarebbe successo niente. Ma col senno di
poi…".
Si è fatto tardi. A questo punto però l'Eligio
si rende conto di chi è veramente il Marco. Tra "il tuo papà
non è mica l'Enrico Rossetti..." e "la mia mamma è
una Villa" e poi "andavamo a casa del tuo bisnonno Giuseppe, che
aveva una delle prime radio che era alta così, a sentire Radio Londra
di nascosto..." e quant'altro ancora, si è fatta la mezzanotte
passata. Allora ce ne andiamo soddisfatti, dopo aver apprezzato l'ospitalità,
contenti per aver condiviso almeno per una volta le difficili esperienze del
nostro prezioso testimone. Fuori c'è un'aria gelida. Domani nevicherà
anche qui a Milano. Proprio come quel 29 novembre del '44. Che strana coincidenza.