Le interviste de "Il Rile" - Maurizio Pagani

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L’opera nomadi per Muggiano


Il problema nomadi: un tema molto importante e sentito a Muggiano che mai, finora, era stato trattato sulle pagine di questo mensile. Una scelta oculata per evitare che un argomento tanto delicato, se affrontato in maniera superficiale ed affrettata, potesse sfociare in discussioni di inutile assistenzialismo o di mera intolleranza. Il discutere la situazione in modo razionale ci sembra il modo migliore per dare il nostro apporto. Abbiamo per questo organizzato un incontro con il dottor Maurizio Pagani, vicepresidente dell’Opera Nomadi di Milano, per conoscere il parere di un ‘addetto ai lavori’ ed ascoltare le relative proposte per la soluzione di questo grave problema che vede ormai le istituzioni competenti completamente immobili, tanto da lasciare cittadini e nomadi in balia del loro destino.
Ringraziamo il dotto Pagani per la disponibilità mostrata. Ecco il resoconto dell’incontro.

Una tranquilla serata d’autunno, il momento giusto per affrontare un argomento interessante ma allo stesso tempo delicato come la situazione dei nomadi a Muggiano. Questa volta cambiamo stile e passiamo dalla ‘cronaca’ al ‘botta e risposta’, più immediato in casi come questo. Le domande a cui trovare una risposta sono molte, lo spazio a disposizione sempre minimo, pertanto entriamo subito nel merito dell’argomento.
Dottor Pagani, Lei è Vicepresidente dell’Opera Nomadi, sezione di Milano, ma cos’è questa ‘Opera nomadi’? A Muggiano molti pensano che sia un ufficio del Comune o qualcosa di simile.
L’Opera Nomadi è un’associazione nazionale laica apartitica e volontaria riconosciuta quale Ente Morale con decreto del Presidente della Repubblica del marzo 1970. E’ nata nel 1963 per la difesa dei diritti elementari della minoranza nazionale dei Rom e dei Sinti oltre che altri popoli nomadi. In anni più recenti l’associazione si è impegnata nel riconoscimento e nella tutela della condizione di rifugiati dei popoli zingari giunti in Italia a seguito di guerre e persecuzioni. Quali sono le finalità dell’Opera Nomadi?
La sezione di Milano (una delle 30 attive nelle regioni italiane), che opera, ove possibile, in collegamento con Enti ed Istituzioni pubbliche, è attiva su più fronti quali la gestione del Centro Documentazione Zingari, la formazione di mediatori e mediatrici culturali Rom attivi in campo scolastico, sanitario e lavorativo. Promuove infine la cultura zingara attraverso il sostegno a musicisti Rom. L'Associazione è nata nella consapevolezza che fosse necessario un movimento di volontari organizzato per promuovere interventi atti a togliere gli zingari ed altri nomadi dalla situazione di emarginazione in cui sono relegati e per aprire la collettività nazionale alla comprensione e all'accoglienza dei diversi.
L'impegno prioritario dell'Opera Nomadi si sviluppa comunque nei seguenti settori:
ABITAZIONE: Il nomadismo in Italia è ristretto quasi unicamente ad alcuni gruppi di Sinti, specie i giostrai, a piccoli gruppi di Rom Kalderasha, ai Camminanti Siciliani, nomadi per motivi economici. La maggior parte ormai sono nomadi stanziali. Obbiettivo a breve termine è il risanamento delle baraccopoli mentre quello a medio termine resta l'allestimento di luoghi residenziali per le famiglie seminomadi.
SCUOLA: La nostra azione è finalizzata all’inserimento scolastico dei minori Sinti e Rom in scuole statali e mirata ad un’integrazione graduale nelle classi comuni. L'istruzione deve rimanere un interesse centrale, perché può trasmettere un'immagine positiva agli stereotipi negativi predominanti, accrescere l'autonomia personale e fornire i mezzi di adattamento all'ambiente in mutamento.
Ma chi sono i nomadi veramente? La gente ormai li considera soltanto ladri e truffatori ma c’è una vera cultura dietro questo popolo.
Certo. L'analisi della lingua nelle sue componenti lessicali e linguistiche si è rivelata uno strumento fondamentale di conoscenza dell'origine del popolo zingaro. Origini che risalirebbero alle lontane regioni dell'India Nord Occidentale da cui intorno all'anno '800 - 1000 avrebbero avuto inizio le prime migrazioni attraverso la valle dell'Indo, proseguite in Iran e Armenia stabilizzandosi infine, per un lungo periodo, nell'Impero Bizantino. Fattori importanti nella ricostruzione di questo percorso migratorio dalla regione indiana al continente europeo sono state le segnalazioni degli storici, l'esame della lingua, la geografia dei corsi d'acqua, vie naturali di spostamento e insediamento lungo le quali per centinaia d'anni si è scaglionato il viaggio di piccoli o grandi gruppi nomadi. Dove le condizioni erano più favorevoli e lo consentivano, adottavano un sistema di vita sedentario, interagendo economicamente e socialmente con la popolazione locale, ricoprendo specifici spazi o "nicchie economiche", riservate all'esercizio del mestiere di fabbro e della lavorazione di metalli.
Arriviamo a noi, perché Muggiano si trova ad affrontare il problema nomadi?
I motivi per cui il campo di Muggiano, che tra l’altro personalmente conosco molto bene avendolo frequentato in varie occasioni, sono molti. Il motivo base è oltremodo legato alla frantumazione del gruppo. Un concetto culturalmente inadatto è lo smembramento del nucleo dell'identità sociale zingara: la famiglia allargata. A Muggiano ci sono troppe famiglie che male convivono ed esprimono il loro malessere uscendo dal campo, acquistando terreni creando nuovi campi ‘privati’ in aree agricole. La scelta insediativa dipende in larga misura sulla sicurezza di poter costruire un rapporto stabile col territorio; si dovrebbero concentrare le sinergie istituzionali per puntare a realizzare il miglioramento delle condizioni di alloggio dei gruppi zingari, poiché da esse discendono in larga parte anche i miglioramenti delle condizioni di salute, della scolarizzazione, dello sviluppo economico e culturale. Volete un esempio? Il gruppo nomade della famiglia Bellinati al quartiere Olmi (i giostrai che si trovano accanto al capolinea della 63 n.d.r.) sono praticamente una famiglia unica perfettamente integrata, ma una sola famiglia. E non danno problemi.
Ma allora come dovrebbe essere un campo nomadi?
Frequentemente si è fatto ricorso alla bonifica di aree periferiche, site tra scampoli di terreno e arterie rumorose e trafficate, zone industriali prive di servizi, tra ferrovie e cimiteri. Un campo spontaneo di Rom e Sinti riflette una disposizione spaziale complessa delle famiglie, tiene conto dei rapporti parentali, sociali ed economici oltre che dell'adattabilità dello spazio nel tempo. Finora sono stati pensati generalmente solo grandi "campi sosta" mai a misura del gruppo famigliare (4 o 5 nuclei per un totale di 20 - 25 persone) attorno a cui poter realizzare i relativi servizi. Questo dato è oggi alla base del malessere e del disagio manifestato innanzitutto dai Rom e da molti cittadini che nutrono timore e sospetto verso simili insediamenti, verso cui cresce il rigetto e l'emarginazione. I campi realizzati in Lombardia presentano una standardizzazione delle caratteristiche tecniche progettuali e sono definiti dal legislatore provvisti di piazzole per la sosta e servizi igienici costituiti per lo più da un blocco centrale destinato ad uso comune. Completamente fuori dalla logica famigliare. La progettazione prevede un allineamento utilitaristico di roulotte, una sorta di parcheggio, provvisto di guardiani, e questo dovrebbe essere un luogo di residenza! Giusto il controllo ma, poi, spesso, come a Muggiano nessuno svolge una regolamentazione di chi si trova all’interno quindi regna l’anarchia, di conseguenza il degrado e così via. Viceversa, i terreni di piccole dimensioni, oltre a trovare una più facile collocazione nel contesto urbano, si inseriscono meglio nell'ambiente sociale, umano e geografico di città e paesi, permettendo il raggruppamento della famiglia allargata e un'autonomia semplice e rispettosa del contesto in cui sono inseriti. E’ quello che succede ad esempio nei campi vicino alla scuola elementare di Muggiano.
Spesso la gente identifica il nomade come una persona che non lavora, arrogante. Cosa dice in proposito?
Dico che è vero che ci sono situazione del genere ma la colpa è nettamente delle istituzioni, l’atteggiamento assunto dal Comune, ad esempio, spinge solo all’intolleranza. Non si può abbandonare 100 - 200 persone in un ghetto e pensare, anzi sperare, che si integrino! Se la gente non è coinvolta si creano tensione e paura che possono sfociare nell’intolleranza, conosco anch’io la situazione di alcuni abitanti della Cascina Guascona che si armerebbero domani mattina. L’intolleranza è dietro l’angolo ma, credetemi, non è certo la soluzione. D’altra parte molti sono a conoscenza di situazioni lavorative anche tra i nomadi di Muggiano: ci sono autisti con furgoni di una nota ditta di autotrasporti (TNT), cooperative di servizi in altri campi che lavorano per i comuni, mediatori culturali che cercano di fare da ‘trade union’ da istituzioni e nomadi.
Per concludere dottor Pagani, ci riassuma la formula per una coesistenza accettabile. I nomadi ci sono e non li possiamo cancellare ma cosa fare per avere un’esistenza civile?
Innanzi tutto bisogna dire che il problema non è ‘vostro’ ma di tutta Milano, anzi della Provincia e Regione. Se tutti facessero la loro parte la situazione sarebbe enormemente più semplice. Andrebbe rivisto il campo, ridotto a circa 80 unità, possibilmente di poche famiglie, assegnate al campo stesso a sua volta ristrutturato e regolamentato in modo razionale. L’azione andrebbe condotta rapidamente in quanto, non dimenticate, è lo stesso campo mal gestito che genera altri campi minori abusivi (a Cusago ad esempio vivono molti ex abitanti del campo di Muggiano) creando altre situazioni di necessità. Piccoli insediamenti in zone diverse della città e della provincia. Il Comune si comporta in modo tale da creare tensione fra le due comunità: il campo è visto come qualcosa di imposto, un progetto calato dall’alto ma non dovrebbe essere così. Bisogna agire con criterio. A proposito: Muggiano ha rischiato di ospitare alcuni mesi fa una comunità romena all’interno del campo (le voci tra sparse dagli stessi abitanti del campo erano assolutamente vere). Cosa sbagliatissima, che la dice lunga dei criteri utilizzati dagli amministratori per affrontare il problema.
Niente di peggio che mischiare etnie!

Marco Rossetti

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